Boris è buono, a volte anche troppo: un’anima pura, un eterno fanciullo. È sensibile, riservato, introverso, ma sa anche lasciarsi travolgere dall’entusiasmo quando qualcosa lo appassiona davvero. Sua madre, Desire, è croata di Zara, suo padre, Valentino, italiano di Roma. Sono diventati genitori molto giovani e Boris è il loro unico figlio. Oggi, davanti a qualsiasi difficoltà, entrambi continuano a ripetere che non cambierebbero nulla di lui, che non lo vorrebbero diverso da com’è. Per molti è un ragazzo con disabilità intellettiva, per loro invece è un dono: un dono che ha insegnato ad apprezzare le cose semplici della vita e a ridimensionare il peso di ogni ostacolo.
La diagnosi non arrivò subito. La gravidanza fu serena e felice, ma durante il parto il cordone ombelicale immobilizzò Boris in posizione podalica, rendendo necessario un cesareo. Passarono però alcuni anni prima che Desire e Valentino si rendessero davvero conto delle sue difficoltà. Boris comunicava molto con i gesti, faticava a parlare con fluidità, balbettava e spesso non riusciva a concludere le frasi in modo chiaro. Cominciò così una lunga serie di visite e analisi che portarono alla diagnosi di ritardo mentale. Quando si chiede ai genitori come si siano sentiti in quel momento, abbassano gli occhi, sorridono e rispondono insieme che hanno accolto quella condizione fin da subito. La paura esisteva, certo, ma l’amore per il proprio figlio era più forte di tutto.
Questo non significa che non abbiano sofferto. Desire si domandava perché la vita le stesse mettendo davanti ancora una volta una prova simile, lei che aveva già condiviso parte della propria esistenza con un fratello con un’importante forma di autismo. Valentino invece sentiva il dolore pensando che Boris forse non avrebbe avuto le stesse opportunità degli altri: trovare un lavoro, costruire una famiglia, avere dei figli. “Non cresce e non crescerà mai”, diceva. Eppure nessuno dei due si è mai arreso. Anche quando la loro storia di coppia è finita, sono rimasti uniti dall’amore incondizionato per il figlio. Hanno continuato a stimolarlo, a incoraggiarlo a fare nuove esperienze, a diventare il più autonomo possibile. Boris, dal canto suo, ha ripagato tutto questo diventando un ragazzo dolce, curioso, sereno e sinceramente felice.
Gli anni della scuola trascorrono abbastanza serenamente. I compagni lo accolgono senza problemi e gli episodi spiacevoli restano isolati: un genitore che si lamenta perché il figlio viene toccato da Boris, un ragazzo sconosciuto che sull’autobus lo insulta perché si sente osservato. “Stupidaggini”, commentano i genitori. Eppure Boris è estremamente sensibile, assorbe gli stati d’animo degli altri come una spugna. Ogni episodio negativo lo ferisce profondamente e, scherza Desire, quando torna a casa dopo situazioni simili serve quasi una seduta di psicoterapia per rasserenarlo. Boris guarda spesso le persone con curiosità, senza alcuna malizia o provocazione, ma non tutti riescono a comprenderlo. Cerca anche il contatto fisico, pur restando selettivo e introverso.
Ad aiutarlo ad aprirsi al mondo è stato il gruppo scout, che ha frequentato con entusiasmo. Lì ha scoperto il valore dell’amicizia vera, degli amici che lo chiamano per uscire la sera o organizzare viaggi e gite in autonomia. Finita la scuola dell’obbligo, si iscrive a un istituto alberghiero sperando un giorno di trovare un lavoro. Per un periodo frequenta anche un’associazione che sembra offrirgli una concreta opportunità lavorativa in un locale gestito da persone con disabilità intellettive, ma anche quell’occasione sfuma improvvisamente.
Boris ha un volto bello e adulto, porta la barba e la disabilità non è immediatamente evidente. Per questo gli capita di incontrare persone superficiali che gli chiedono perché, alla sua età, non abbia ancora un lavoro o una fidanzata. Domande che poi lui ripropone ai genitori. Nonostante tutto, Boris non si annoia mai: si prende cura del suo cagnolino Rocky, aiuta nelle faccende domestiche, ascolta musica, esce da solo e si muove con sicurezza nel quartiere, aspettando di trovare il proprio posto nel mondo. Nel frattempo si appassiona anche ai giochi di magia, diventando sorprendentemente bravo. E proprio come in un gioco di prestigio, di lì a poco nella sua vita sta per accadere qualcosa di speciale.
All’inizio Boris pratica sport individuali come nuoto, canoa e ippoterapia. L’incontro con Special Olympics avviene quasi per caso, grazie a una sua ex maestra elementare che, ritrovandolo su Facebook, gli dedica un post augurandogli “tutto il bello che c’è”, compreso l’ingresso nel movimento come atleta. Due giorni dopo, tutta la famiglia è già nella sede centrale per chiedere informazioni. Boris prova per la prima volta uno sport di squadra: il basket unificato con il Team “Con Noi” di Roma. La sorpresa è enorme. In palestra ritrova vecchi amici scout e soprattutto scopre nella pallacanestro la sua dimensione ideale. Comincia ad allenarsi con costanza due volte a settimana e, insieme all’entusiasmo, crescono anche le sue capacità motorie e la sicurezza in sé stesso. Partecipa a tornei ed eventi con una gioia contagiosa. Il basket diventa parte integrante della sua vita: si appassiona alla Virtus e trascina spesso il padre al palazzetto per seguire le partite dal vivo. E infine sceglie di allenarsi regolarmente anche nella pallavolo unificata.
Valentino e Desire osservano questa crescita continua con stupore e gratitudine. Si sentono più leggeri, più felici. Ma non avrebbero mai immaginato che per Boris stesse per arrivare un’altra opportunità straordinaria. Special Olympics Italia decide infatti di assumere una persona con disabilità all’interno del proprio organico e sceglie proprio un atleta del movimento. Dopo un’attenta valutazione, il profilo di Boris Menna risulta quello più adatto: è autonomo negli spostamenti, affidabile e capace di imparare mansioni d’ufficio e attività di rappresentanza.
“Non ce lo aspettavamo”, raccontano i genitori. “Ci sembrava già meraviglioso che Boris si fosse appassionato così tanto allo sport. Questa opportunità è un sogno che si realizza, un dono caduto dal cielo”. Raccontano di aver trattenuto la felicità dal momento della prima telefonata fino al primo giorno di lavoro, quasi per paura che tutto potesse svanire. Oggi fanno ancora fatica a spiegare l’emozione che provano. Conoscono bene la fatica quotidiana delle famiglie con figli con disabilità e quasi si sentono in colpa a raccontare la loro gioia ad altri genitori che combattono battaglie ancora più dure. Si considerano fortunati: Boris sta bene, non assume farmaci e ha dimostrato grandi capacità, pur sapendo che ogni disabilità intellettiva è diversa e che alcune condizioni cambiano radicalmente la vita delle persone e delle famiglie.
A un certo punto Valentino si corregge da solo: “Ho sempre detto che Boris è un eterno fanciullo, che non cresce mai. Non è vero. È cresciuto tantissimo”. Desire sorride e conclude semplicemente: “Boris è un figlio magico”.