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Il papà di Silvia Famiglietti: “La sua prima medaglia ci ha fatto sentire sollevati”

Ci sono vittorie che non si misurano soltanto con il tempo segnato in vasca o con una medaglia al collo. Ci sono traguardi che parlano di inclusione, di famiglia, di ostacoli affrontati giorno dopo giorno. È il caso di Silvia Famiglietti, atleta di nuoto ai Giochi Nazionali Special Olympics di Lignano 2026, e della sua famiglia.

A raccontare il percorso di Silvia è il padre, Piero Famiglietti, che ripercorre con emozione le difficoltà incontrate e la forza costruita insieme negli anni.

“Alle scuole elementari, alle medie, magari ai compleanni, Silvia non veniva invitata, come tanti altri ragazzi con disabilità”, racconta. “Abbiamo dovuto addirittura fare una battaglia legale per ottenere le ore di assistenza a scuola. Anche nello sport spesso mancano opportunità: nella scuola calcio, per esempio, i ragazzi con disabilità non vengono presi. E quando una famiglia ha già altri figli, spesso nessuno propone percorsi alternativi. Siamo noi genitori a dover informare i cittadini e cercare possibilità, quando invece dovrebbe essere un obbligo della società”.

Parole che fotografano una realtà ancora troppo diffusa, fatta di esclusione silenziosa e di diritti conquistati con fatica. Eppure, proprio nello sport, la famiglia Famiglietti ha trovato uno spazio di rinascita.

“Questi eventi sono bellissimi”, spiega Piero. “Lo sport, in questo caso, ha davvero abbattuto un po’ di barriere. La condivisione con altri ragazzi diventa motivo di incontri, feste, competizioni, quindi di scambio di idee e di momenti vissuti insieme”.

Silvia è la terza di tre figli. È nata con una rara patologia genetica, una leucodistrofia temporale non megalencefalica, una malattia di cui, fino a pochi anni fa, erano noti soltanto due casi al mondo: Silvia e una bambina tedesca poco più grande di lei.

“Quando arriva una diagnosi del genere non sei mai pronto”, racconta il padre. “Abbiamo cercato di mantenere la calma e di non alimentare i pensieri negativi. Abbiamo affrontato tutto senza accumulare paura e tensione”.

Un cammino difficile, che però ha rafforzato tutta la famiglia. “È stato motivo di grande crescita per tutti noi. Silvia è riuscita a camminare da sola e questo è stato straordinario. Ma fondamentale è stato anche il rapporto tra genitori e fratelli. Per lei è stato un enorme vantaggio, perché è uscita dall’isolamento”.

Tra i momenti più emozionanti ci sono stati il diploma scolastico e, soprattutto, i risultati nello sport. “Il giorno del diploma è stato molto intenso per me, mia moglie, i fratelli, i parenti e gli amici. Però nello sport è arrivata la prima vera medaglia. E lì ci siamo sentiti davvero sollevati”.

Dietro quel traguardo non c’è soltanto un risultato sportivo, ma la conferma concreta che Silvia può vivere esperienze, condividere emozioni e costruire relazioni come tutti gli altri ragazzi.

La storia della sua disabilità ha contribuito anche alla ricerca scientifica. “I genitori dell’altra bambina, in Germania, pensavano di non avere altri figli. Quando hanno saputo che esistevamo noi in Italia, la fondazione ci ha chiesto il DNA. Così abbiamo dato una possibilità in più alla ricerca”.

Oggi il sogno della famiglia Famiglietti va oltre le medaglie e le competizioni. È un desiderio semplice e potentissimo allo stesso tempo.

“I medici ci hanno detto che probabilmente Silvia non potrà mai parlare”, conclude Piero. “Ma noi continuiamo a sperare che un giorno possa chiamare il nostro nome, quello dei fratelli, anche solo con qualche parola”.

Una speranza che accompagna ogni bracciata, ogni allenamento, ogni applauso dagli spalti. E che rende la storia di Silvia un esempio autentico di coraggio, inclusione e amore familiare.