GIOCHI NAZIONALI

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Lo sport unificato raccontato da chi lo vive: “Siamo tutti speciali”

Ai Giochi Nazionali di Special Olympics Italia di Lignano 2026 non si parla soltanto di sport. Si parla di relazioni, di amicizia, di dignità, di normalità. E soprattutto di un’idea semplice ma rivoluzionaria: abbattere le barriere tra “noi” e “gli altri”.

A raccontarlo sono gli atleti e i partner che ogni giorno vivono l’esperienza dello sport unificato. Un’esperienza che, prima ancora delle medaglie, mette al centro le persone.

“La conoscenza culturale significa trasformare la cultura del ‘quello’ e ‘l’altro’, del diverso e del non diverso, fino ad arrivare a dire che esistiamo tutti e siamo tutti diversi”, racconta un atleta partner presente ai Giochi.

Parole, quelle di Giuseppe Viggiano, atleta partner del basket,  che vanno oltre il campo da gioco e che toccano il modo in cui la società guarda alla disabilità e alla fragilità. “Se vedo una persona con un piede rotto, penso che si sia rotto un osso. Se invece una persona sta male per problemi sociologici o psicologici, perché non considerarla allo stesso modo? Invece spesso si ghettizza e nascono stereotipi.”

Nel basket unificato, però, tutto questo si scioglie. In campo contano il passaggio giusto, la fiducia reciproca, il sentirsi parte di qualcosa. “Giocare insieme e abbattere le barriere dà un’opportunità incredibile a tutti noi: ragazzi, atleti, partner e organizzazione. In questo mondo siamo tutti speciali: chi per un motivo, chi per un altro, ma senza barriere.”

Lo sport diventa così uno spazio autentico di incontro, che continua anche fuori dal parquet. “La cosa bella non è solo lo sport, ma anche il prima e il dopo. Diventa tutto un tutt’uno: stare insieme. A volte è ancora più bello ciò che viene prima o dopo la partita, perché lo stare insieme dà una felicità incredibile.”

Ed è proprio questa dimensione quotidiana a fare la differenza. Non inclusione “a tempo”, non attività isolate, ma relazioni vere che entrano nella vita delle persone e delle famiglie. “Integrarsi davvero diminuisce il peso della disabilità e permette alle persone di stare in famiglia”, spiegano. “Le famiglie diventano portatrici sane di salute.”

Accanto a lui c’è Michelangelo Nigra, atleta della squadra torinese Cuorematto, che da oltre vent’anni vive il mondo Special Olympics come una seconda casa.

“Siamo qui per impegnarci totalmente”, racconta. “È un’occasione per condividere tutto, per essere una grande famiglia: la famiglia degli Special.”

Ma il suo sguardo va anche oltre il presente. “Sentivo parlare di inclusione durante la presentazione, ma spero che un domani questa parola non sia più necessaria. Non inclusione per includerci: sarà normalità.”

Un cambiamento culturale che, secondo Michelangelo, passa proprio attraverso esperienze concrete come quelle costruite nello sport unificato. “Da quando abbiamo iniziato ci sono state tante occasioni di miglioramento. Il gioco unificato mi ha dato sicurezza in campo, mi ha permesso di vivere uno sport fluido, limpido, con molto fair play.”

Dopo tanti anni insieme, nella sua squadra non servono quasi più parole. “Quando siamo in campo ci conosciamo. Ci sentiamo dentro una squadra che dà potere e forza da me verso gli altri e dagli altri verso di me.”

E poi arriva forse la definizione più profonda di tutte. “Molti dicono che lo sport serve per la vita. A me non piace dirlo. Mi piace dire che lo sport è già la vita. Non è un pezzo che ti servirà per diventare qualcuno: il momento stesso in cui giochiamo è già un traguardo.”

Tra canestri, abbracci e sorrisi, i Giochi Nazionali di Lignano raccontano la possibilità concreta di costruire una comunità dove le differenze non separano, ma arricchiscono.

Perché, come ripetono gli atleti, “siamo due atleti”. Prima di ogni etichetta, prima di ogni definizione.